Il piano di rilancio del turismo è inutile e costa 1,5 milioni


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Entro settembre il piano per il turismo verrà portato in Cdm», ha affermato pochi giorni fa, nel corso di un question time alla Camera, il ministro Dario Franceschini. Abbandonato in qualche soffitta ministeriale il piano strategico “Turismo 2020” partorito nel 2013 dall’allora ministro del turismo Piero Gnudi; perse le tracce del Piano per la digitalizzazione voluto da Franceschini; ebbene, sette mesi fa, il Mibact ha deciso di tornare ad interrogarsi sulle strategie di promozione della filiera turistica.




Attribuendo, come noto, una consulenza, del valore di 1,5 milioni di euro, a Invitalia, perché supportasse “l’elaborazione degli indirizzi strategici e di programmazione delle politiche […] del settore turistico”. Il lavoro di elaborazione sarebbe alle battute finali, al punto che nei prossimi giorni verrà sottoposto al premier Renzi. L’ossatura del piano, come emerge dai documenti che ha potuto visionare Wired.it,  è in effetti pressoché definitiva.

«Ma mancano pezzi sostanziali – ci ha detto sconsolato un noto imprenditore alberghiero – come i tempi di attuazione, le risorse disponibili, l’indicazione di chi fa che cosa e soprattutto gli obiettivi economici da realizzare…».

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L’architettura del piano, che contiene azioni e strumenti da mettere in campo, è accompagnata da un corposo testo, articolato in una sessantina di pagine: tre sono per la prefazione del ministro, addirittura cinque per l’introduzione del direttore generale del turismo, dieci sono assegnate per spiegare al lettore il posizionamento dell’Italia nel turismo internazionale. Cinque pagine riguardano invece il capitolo “Visione e strategie”. «La visione del PST – si legge nelle premesse – è il risultato di un percorso che [….] immagina uno scenario futuro di rinnovata e rafforzata crescita dell’attrattività turistica dell’Italia, basandola sulla valorizzazione sostenibile del patrimonio culturale e territoriale del nostro Paese, sullo stimolo alla sua fruizione sostenibile e sulla sua gestione durevole».




Viene quindi enunciato un obiettivo alto, che gli addetti ai lavori avranno sentito evocare in ogni salsa innumerevoli volte negli ultimi anni: «rilanciare la leadership dell’Italia sul mercato turistico internazionale […] utilizzando la sua “bellezza” quale fattore distintivo di competitività».

La visione del PST si articola poi in quattro priorità, definite dagli estensori strategiche: valorizzare il patrimonio culturale e territoriale dell’Italia, la sua gestione durevole e la fruizione sostenibile e innovativa; migliorare la competitività del sistema turistico nazionale accrescendo il valore aggiunto, la quota e la qualità dell’occupazione turistica; massimizzare la soddisfazione dei viaggiatori in Italia; integrare il sistema delle istituzioni e degli operatori del turismo […]. Non poteva naturalmente mancare il richiamo di principi cardine, ispiratori del PST: lo sviluppo di un «turismo sostenibile per il benessere e l’equilibrio dei territori italiani» e «un grande processo di innovazione tecnologica nel turismo».

Nell’ambito dell’architettura, all’interno dei quattro macro-obiettivi sono individuati una serie di strumenti. Che in non pochi casi abbiamo già visto messi in campo, con modesti risultati. Si riparla, ad esempio, di “creazione di grandi poli turistici del Mezzogiorno”, di “recupero e riutilizzo di beni demaniali ad uso turistico”, della “definizione di un sistema nazionale di classificazione delle strutture ricettive”, della “riorganizzazione del sistema di rilevazione su domanda e offerta”. E, dulcis in fundo, il cavallo di battaglia di tutti i programmi sul turismo messi a punto dalla politica: “la costituzione di un regime di aiuti quadro”.

La bozza al 24 giugno del piano enuncia infine poco più di venti azioni. Un numero esiguo, se pensiamo alle oltre sessanta linee di intervento identificate dal precedente piano di Gnudi. Ma è soprattutto la qualità a fare riflettere. Perché è netta la prevalenza di studi, indagini, monitoraggi, tavoli di concertazione. Le azioni concrete sono poche. E tra quelle tese a conseguire l’obiettivo prioritario di innovare e diversificare l’offerta spiccano il progetto pilota per valorizzare l’Opera Lirica, il progetto per valorizzare le Langhe. E quello per lo sviluppo del turismo open air. Che, tradotto, è quello dei campeggi.

In tutto ciò, a due anni dalle «Disposizioni urgenti per […] il rilancio del turismo» varate dal governo Renzi e che trasformarono Enit in ente pubblico economico, non si intravede alcuna luce in fondo al tunnel per l’ente che dovrebbe occuparsi di promozione del brand Italia sui mercati internazionali del turismo: la riorganizzazione è ancora in alto mare, il Cda, nominato dal ministro Franceschini esattamente un anno fa è completamente scomparso dai radar, non si registrano novità sul fronte delle strategie promo-commerciali.

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Fonte http://www.wired.it/attualita/politica/2016/07/07/piano-turismo-obiettivi/

 

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