Quando impareremo a lavorare sul turismo in Italia ?


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Pubblichiamo alcuni stralci da un articolo di Beppe Severgnini  (Il Corriere della Sera). Non sono contenuti nuovi in assoluto, a turno li abbiamo ripetuti un po’ tutti, ma è importante ribadire alcuni concetti e richiamare l’attenzione su alcuni temi. L’italia e il turismo è l’argomento di fondo della riflessione, il “bel paese” ricco come nessun altro di bellezze naturali, città d’arte, beni culturali e storia …. e incapace di utilizzare tutto questo.
L’italia potrebbe vivere di solo turismo. ma per qualche ragione non lo vuole fare.

Ecco gli spunti di Severgnini. Come non essere d’accordo ?  

Gabriele Morelli
turismocome@gmail.com
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Dovremmo mettere un cartello alle frontiere: SONO SEVERAMENTE VIETATI I COMPLIMENTI. Perché gli stranieri che magnificano le nostre fortune turistiche ci ricordano inevitabilmente le spettacolari occasioni mancate.

Il New York Times è rimasto ammaliato da Lecce: «Una città per santi ed edonisti», una piccola «Firenze del Sud»,  Financial Times, mostrando di distinguere tra le nostre grettezze politiche e i nostri slanci civili, ha suggerito il turismo etico in Sicilia, nelle proprietà confiscate alla mafia. Pezzi e suggerimenti così, nella grande stampa internazionale, si sprecano. 

Noi, no.
Noi preferiamo guardarci allo specchio e parlarci addosso, ripetendo le stesse frasi consolanti e inutili.
Non c’è governo, ministro, governatore, sindaco o assessore che non ricordi «le enormi potenzialità del turismo»; sono molto pochi i governi, i ministri, i governatori, i sindaci e gli assessori in grado di passare dalle parole ai fatti.

L’elenco degli errori è talmente variopinto da diventare affascinante.
Prezzi eccessivi (quei traghetti per la Sardegna!); spettacolari sciatterie (Pompei!); pessima promozione (vogliamo parlare della storia di www.italia.it?); progetti velleitari (povera Alitalia, cosa ti hanno fatto); costose, strepitose inefficienze (ma cosa occorre per abolire l’Enit, come tante volte promesso? L’apocalisse?)

Il ministero del Turismo – che dovrebbe essere tra i primi cinque in ordine di importanza – è sempre stato considerato un premio di consolazione: anche dai governi più recenti. Il governo Monti l’ha affidato a un simpatico signore ultrasettantenne, esperto di idrocarburi e banche; il governo Letta l’ha accorpato al ministero della Cultura. Un errore, perché cultura e turismo hanno punti in comune: ma non sono la stessa cosa. La novità qua! è? Che sono finiti i soldi, e qualcuno sta cercando di farsi venire idee. 
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Nel 1970 eravamo il primo Paese al mondo per numero di turisti stranieri; da anni siamo scivolati al quinto posto, dietro Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina E siamo solo 26esimi nella classifica della competitivita del settore, diffusa da The World Economie Forum, che ci ricorda come il turismo oggi muova il 9% del Pil mondiale (circa 6 trilioni di dollari) e 120 milioni di posti di lavoro diretti, più altrettanti in settori correlati.

È stupefacente che in Italia non esista un ministero dedicato, e il turismo sia appaltato sostanzialmente alle Regioni, dov’è servito a molte cose: agenda dei sogni, esperimenti, fiera delle vanità, agenzia di viaggi per dirigenti.
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Sappiamo vendere Roma, Venezia e Firenze perché si vendono da sole.

Per il resto, lasciamo a desiderare, nel senso letterale del termine: i turisti desiderano, e noi li lasciamo lì, senza dargli ciò che vogliono. Ripetiamolo, a costo di essere banali. Abbiamo città irripetibili: ogni straniero che visita Siracusa non si capacita di non trovarvi orde di turisti e congressisti nordeuropei, con gli occhi lucidi e il portafoglio in mano.
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Abbiamo sbalorditive città sul mare caldo: Genova, Trieste, Bari, Cagliari e Palermo, in Europa, se le sognano. Abbiamo monti splendidi e valli accoglienti: forse esistono, sul continente, luoghi di montagna belli come l’Alta Badia (non sono sicuro);  ma non si mangia certo allo stesso modo, e la gente non è altrettanto cordiale.

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Ma queste cose, ripeto, diciamocele tra noi. Per gli stranieri, la regola è una sola: non fateci complimenti, che ci sale la malinconia.


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