Caserta e Pompei, il turismo chiuso per ferie.


Si può essere o meno d’accordo su tutto, ma l’articolo che ripubblichiamo offre parecchi spunti di riflessione sul turismo in Italia e sul ruolo dello stato nella gestione dei beni pubblici. Chi dovrebbe decidere per il loro corretto utilizzo? Con quali fondi? A chi affidare la gestione? Chi non scommette sul turismo in Italia commette un grave errore di valutazione sul suo possibile ruolo trainante nell’economia.

di Francesco Grillo – 30 dic 2012

Mubarak ne parlava come del petrolio dell’Egitto. E almeno in questo aveva ragione. Aveva ragione ad assegnare una priorità così grande al turismo in un Paese, il suo, che risulta stranamente povero delle risorse naturali di cui sono provvisti gli Stati che lo circondano e che, tuttavia, è ricco di un patrimonio culturale senza eguali.

L’Italia non è l’Egitto. E, tuttavia, perdere la battaglia del turismo per un Paese come l’Italia equivale un po’ come arrivare ultimi nella partita più importante dei giochi senza frontiere dell’economia globalizzata. Ed è per questo motivo che un qualsiasi manifesto per cambiare l’Italia o per farla crescere dovrebbe, come in parte riconosce l’Agenda presentata dal presidente del consiglio Monti, partire dalla valorizzazione della risorsa che l’Italia possiede quanto nessun altro Paese del mondo. L’agenda del cambiamento potrebbe cominciare da territori difficili come Caserta o Pompei, dalle occasioni offerte dalla possibilità di poter contare su due dei siti che sono stati tra i primi ad essere riconosciuti come “patrimonio dell’umanità”.
Il caso della Reggia è, davvero, emblematico: unmilione e duecentomila visitatori nel 2006; seicentomila nel 2012. La “macchina” del ministero dei beni culturali non riesce a fornire neppure i numeri più elementari che possano dare ai cittadini un’idea della sua prestazione. E tuttavia il sindaco di Caserta, Pio Del Gaudio, continua a citare questi dati con una certa rassegnazione e lamenta “una gestione da funzionari che abitano a Roma” e chiede un coinvolgimento della città sul “modello della Reggia di Venaria a Torino”. Un’emorragia. Uno spreco inaudito per quella che è una delle pochissime risorse di una terra che da anni è senza lavoro.
A far male a Caserta è la delusione del visitatore che trova il Palazzo Reale più grande d’Europa chiuso tutti i martedì e nei giorni di festività più importanti (incluso il Natale e il Capodanno, come avverte il sito). La meraviglia di chi torna a Caserta per le vacanze e deve prendere atto di non poter neppure correre nei giardini della reggia ,come in qualsiasi altra città, perché essi sono stati dichiarati “museo” (e non si capisce perché ciò non valga allora anche per la Galleria Borghese a Roma o qualsiasi altra villa). La sorpresa divertita di un potenziale turista straniero che abbia la pretesa di cercare informazioni sugli orari di apertura e si imbatte in strafalcioni di una tale comicità da affossare definitivamente l’immagine di una città, di un sito e di un Ministero.
Laddove è la somma di tante micro figuracce che rischia di depotenziare il lavoro macro di recupero d’immagine dell’Italia che il presidente del Consiglio, contemporaneamente, tenta girando per il mondo. E gli stessi Professori del governo tecnico hanno avuto, talvolta, il torto di volare troppo alto per accorgersi di tali concretissime piccolezze.

Quello di Caserta è, in effetti, un esempio di un problema molto più generalizzato creato, da una parte, dalla riduzione delle risorse pubbliche disponibili per un patrimonio così vasto e rispetto al quale non c’è mai stato lo sforzo di fare un’autentica selezione di poli di attrazione sui quali concentrare gli investimenti; dall’altra dal monopolio, che, di fatto, uno Stato (il Ministero dei Beni Culturali) senza più quattrini continua a voler esercitare su tutti i nostri più importanti monumenti. E la conseguenza più negativa non è neppure quella dei giorni di chiusura, ma l’assenza degli strumenti di marketing, di conoscenza preventiva e sistematica dei bisogni dei clienti potenziali che pure dovrebbe essere competenza essenziale per chi voglia gestire giacimenti di reddito e cultura di questo livello.

Certo anche sul turismo, l’Italia è in grado, in alcune occasioni, di reagire con iniziative di valore. Come succede sempre in Campania con il “grande progetto” per Pompei che destina più di cento milioni di euro di fondi strutturali al restauro del sito archeologico più famoso del mondo. E, tuttavia, anche a Pompei di più si potrebbe fare se il Governo avesse più tempo di quello concesso a Fabrizio Barca quest’anno: bisognerebbe coinvolgere i privati e, ancora meglio, ciò andrebbe fatto condividendo con i privati l’ interesse alla valorizzazione economica dei siti. Ma la vicenda di Diego Della Valle con il Colosseo, dimostra come sia difficile per un privato investire sulla cultura nel nostro Paese, anche quando c’è la disponibilità a farlo.
Non sarebbe meglio che finalmente i musei fossero dati in gestione a cooperative di giovani professionisti che avrebbero il vantaggio dell’entusiasmo e che accettassero di farsi pagare sulla base del numero dei visitatori? O a fondazioni come quelle che in altri Paesi garantiscono l’apertura del British Museum senza far pagare alcun biglietto d’ingresso? Non sarebbe giusto che – come in parte succede, appunto, a Torino e come chiede il sindaco di Firenze – siano gli enti e le associazioni locali a governare i monumenti visto che è il territorio ad avere maggiore interesse ad una loro valorizzazione? Non sarebbe opportuno incoraggiare una diversificazione dei modelli in maniera da capire cosa funziona meglio? Non dovremmo forse, in casi come questi, ridimensionare il ruolo dello Stato lasciandogli ovviamente quello di stabilire gli standard di conservazione e garantirne il controllo? Distinguendo – ora e per sempre – il concetto di “bene pubblico” da quello di “gestione statale”?

Quello dei musei è un esempio assai rilevante, persino simbolico, di come in Italia è, in effetti, possibile il “miracolo” che Monti e tutti cercano. Riuscire contemporaneamente a a) ridurre la spesa pubblica (quella del ministero); b) aumentare il fatturato dei musei (e dunque il PIL) e l’occupazione; c) migliorare l’immagine del Paese evitando di fare costantemente brutta figura con i turisti abituati a poter visitare i musei tutti i giorni dell’anno in qualsiasi altro Paese nostro concorrente. Smentendo gli ideologi di Sinistra e di Destra che ritengono un qualsiasi tentativo di governo intrappolato dall’esigenza di dover scegliere tra crescita e rigore.

La strategia di “cambiare l’Italia per riportarla in Europa” deve passare per azioni concrete e per i territori più difficili per poter essere comprensibile, coinvolgere, creare consenso. Potrebbe cominciare proprio dal turismo. Da cambiamenti che possano incidere sulla quotidianità e l’orgoglio delle persone. Dai luoghi dove il turismo è stato globale per secoli, prima che lo diventasse dappertutto negli ultimi vent’anni.

Articolo pubblicato su Il Mattino del 30 dicembre

via   http://www.linkiesta.it/blogs/grillo-parlante/caserta-e-pompei-il-turismo-chiuso-ferie#ixzz2Gp5l6gbICaserta e Pompei, il turismo chiuso per ferie | Il grillo parlante.

 

 

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